Più tardi, domani, da lunedì, settimana prossima…

…ma, esattamente, quando rimandiamo una scadenza, rinviamo i nostri impegni, temporeggiamo per prendere una decisione…cosa ci aspettiamo da quel “poi”?

Ci appare davvero realistica l’aspettativa che in futuro saremo più energici, più risoluti, con la voglia di fare ciò che oggi proprio non ci va?

Eve-Marie Blouin-Hudon, psicologa della Carleton University (Canada), suggerisce 10 minuti giornalieri di visualizzazione del sé del futuro: come sarete vestiti? Di che umore sarete? Che cosa scriverete in quella mail?

Forse nulla di tutto ciò è così diverso da quello che potremmo fare, o essere, oggi.

Può succedere che si rimandi qualcosa per una questione puramente organizzativa ma, la maggior parte delle volte il procrastinare, sottile strategia più subdola dell’evitare o del rinunciare, si rivela un meccanismo difensivo teso a regolare e (mal) gestire emozioni più profonde.

Paura dell’insuccesso, o del successo, perfezionismo, pigrizia, disinteresse, paura delle conseguenze, della responsabilità, senso di ribellione, rabbia.

Iniziare a dare il “giusto nome” a ciò dietro all’esigenza di procrastinare, smettendo di stare lì a costruire il castello delle “giuste scuse” che ci raccontiamo per poter tranquillamente continuare a rimandare, ci permette di rivedere il modo in cui percepiamo la situazione, riformulando il reale problema, dandoci la possibilità di iniziare a vederlo diversamente, affrontarlo e, con maggior successo, superarlo.

Quindi cosa succede davvero quando rimandiamo?

Se all’inizio ci sentiamo rilassati perché abbiamo semplicemente messo da parte un impegno, quando questa consuetudine diventa un vero e proprio modus vivendi può danneggiarci, influenzando negativamente i nostri livelli di stress, la nostra autostima, il nostro senso di autoefficacia, rivelandosi solo un illusorio rifugio per chi non si rende conto che

aspettare di decidere, significa decidere di aspettare”,

non risolvere il problema, né raggiungere efficacemente le proprie mete.